THE WIFE, RITRATTO DI UN MONDO DOMINATO DA UOMINI

“Dicono che lei abbia talento”.
“Io adoro scrivere, è la mia vita”.
“Non lo faccia, non otterrà mai la loro attenzione”.

Da “The wife, vivere nell’ombra”.

Elaine Mazel, il personaggio interpretato da Elizabeth McGovern, prosegue spiegando che il mondo dell’editoria è dominato dagli uomini che decidono chi mettere sul piedistallo e chi far avanzare.
Parto da queste parole per riflettere su una tematica a me cara che, prima o poi, diverrà argomento di un mio romanzo: quella della discriminazione di genere, una tragica realtà che molti ancora negano. 
Una negazione fatta alla luce del sole di fronte alla disparità economica di stipendi nella stessa professione, di fronte al trattamento diverso ai colloqui (alle donne spesso viene chiesto conto del loro desiderio di avere figli, agli uomini no), di fronte alle possibilità di carriera che le donne devono spesso guadagnarsi a un prezzo doppio. 
Fino ad arrivare ai femminicidi che rappresentano l’epilogo tragico di rapporti sbilanciati dove alla donna non è consentito dire no a un uomo. 
In The wife un’incredibile Glenn Close ritrae una donna la cui scelta di vita spiazza e al contempo costringe a meditare sulla condizione femminile nel mondo degli intellettuali, in modo particolare quello degli scrittori. 
Non farò una recensione del film: preferisco concentrarmi sui contenuti che valutare l’aspetto tecnico. 
Bisogna partire da un’amara verità che riguarda in primis la meritocrazia: la Storia della letteratura- nostrana ed estera- vanta, ahimè, tristi primati. Grandi maestri che non hanno ricevuto il Nobel (si pensi a Philip Roth) o adeguati riconoscimenti (come Guareschi). 
La realtà diventa ancora più amara se si pensa a ciò che succede alle scrittrici donne: sebbene molte spesso facciano fatturati di tutto rispetto, ai piani alti ancora languono i premi.
Le parole sopra riportate, tratte dal film, sintetizzano questo concetto: in un mondo a predominio maschile, le donne rimangono nell’ombra talvolta facendo un duro lavoro di cui l’uomo si prende il merito.
Forse perché una donna con in mano un libro fa paura? E, se di quel libro è autrice, la paura è doppia?
Qualunque siano le ragioni, questa situazione non solo nuoce al genere femminile, ma all’intera umanità.
Sottrarre le scrittrici ai giusti riconoscimenti agevolando colleghi maschi – peraltro non sempre meritevoli- toglie al panorama letterario una voce, una sensibilità e un modo di maneggiare la penna che sono il riflesso di un’interiorità differente.
Non abbiamo ancora capito che l’assenza di voci femminili è una perdita per una visione olistica in tutti i settori; in alcuni, come la scrittura, significa una vera e propria mutilazione dell’anima a livello globale.
Fino a quando ci ostineremo a proseguire sui binari di una società patriarcale che sventola ideali di parità di genere senza però operare sul campo per rendere questi ideali realtà concreta?
Fino a dove vogliamo arrivare prima di riconoscere le capacità a prescindere dal genere di appartenenza?
Di questa situazione sono responsabili in buona parte gli uomini. Deprecabili poi quelli che in pubblico predicano bene e nel privato razzolano male; di questi ne conosco un bel po’, alcuni proprio nel mondo degli intellettuali radical chic, veri e propri snob senza qualità e fascino.
Se gli uomini sono i primi artefici di questa situazione, non mancano purtroppo collaborazioni da parte del genere femminile spesso ostile al proprio interno verso donne capaci o, peggio ancora, disposte a usare scorciatoie per passare avanti.
Al di là di tutto, forse occorre a questo punto porci domande serie: vogliamo veramente cambiare le cose? O in fondo ci fa comodo andare avanti così?
Solo rispondendo affermativamente alla prima domanda potremo cominciare a migliorare la realtà.
Sta a noi fare un primo passo, tutti assieme. 

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