PAROLE E GESTI. SE LA PAROLA NON È CONSIDERATA AZIONE

In un anno faticoso e complesso come il 2020 – dove le persone si sono riversate sui social per compensare il vuoto delle relazioni reali dato dal lockdown- diventa fondamentale riflettere sul linguaggio.
Osservando le dinamiche per strada, negli uffici, in rete e sui mezzi pubblici, ho notato un incupirsi dell’umore della gente e un conseguente peggioramento delle modalità comunicative: spesso assisto a veri e propri rigurgiti di rabbia dove i toni si alzano e il linguaggio vira sullo scurrile o su toni minacciosi.
Credo sia chiaro ormai che siamo in balia di una deriva emotiva pericolosa.
Insisto quindi ancora una volta nel riflettere sul linguaggio e parto con una domanda: che cos’è la parola? Un susseguirsi di sillabe che vanno nell’etere? Qualcosa che si contrappone al gesto spesso visto come l’unico vero agire?
Non è raro che veda in Facebook post con questi slogan: “Puoi dire quello che vuoi, ma alla fine sei quello che fai”.
Questo pensiero sottende il dare maggior peso ai gesti, visti come uniche azioni con le quali si incide nella realtà. 
La parola passa in secondo piano, finisce per essere considerata qualcosa di evanescente, un borbottio che non avrà mai i risvolti pratici di un gesto: diventa così una non azione.
Dissento totalmente da questa visione delle cose.
Credo che in primis si debba fare ordine con le definizioni. 
Parola non si deve contrapporre ad “azione”, semmai a “gesto”. 
Il linguaggio, come più volte già detto, plasma la mente: parole d’odio creano pensieri d’odio e di conseguenza gesti d’odio così come parole gentili creano pensieri gentili e gesti gentili.
La parola è azione proprio perchè agisce sul nostro cervello.
Siamo cresciuti in una società che soffre della sindrome dell’efficentismo a tutti i costi: abbiamo imparato che solo i gesti dimostrano se e quanto valiamo, amiamo, consideriamo gli altri, li odiamo o li troviamo indifferenti. Raramente si ragiona sul fatto che i messaggi penetrano nel mondo prima con le parole e i silenzi che con i gesti. 
Quanti di noi riflettono sul fatto che, all’origine di un cambiamento, c’è sempre un’idea formulata con le parole? Basterebbe questo per renderci consapevoli del loro peso, di quanto esse siano azioni e lo siano prima ancora dei gesti.
Se insistiamo nel dire che siamo ciò che facciamo indipendentemente da ciò che diciamo, veicoliamo un messaggio molto pericoloso: che le parole non faranno mai male – e bene- quanto un gesto. 
Invece le parole possono ferire, indurre al suicidio, uccidere, guarire dolori, portare gioia. 
Dobbiamo imparare a parlare correttamente e capire che il nostro linguaggio ha peso: si è misurati in base alle azioni che sono costituite da gesti, parole e anche silenzi, a loro volta strumenti per comunicare o per distruggere relazioni. 
Pretendere coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo è un conto, liquidare le parole come vassalli dei gesti è un altro. 
Non si tratta di sottigliezze; il web – soprattutto i social network- ci ricordano ogni giorno quanto il bullismo e i troll siano pericolosi perchè possono istigare, con parole di odio, gesti di odio.
Fino a quando considereremo le parole delle non azioni – qualcosa che tanto va nell’etere e poi si scioglie come neve al sole- non riusciremo mai a sconfiggere certe pericolose derive emotive.
Il 2020 è un anno difficile: non lasciamoci trascinare in un vortice mortale pregno di considerazioni sbagliate.
La parola è azione, lo scrittore crea proprio con essa e incide nel mondo con questo strumento: anche su questo dovremmo riflettere. 
Ognuno di noi crea o distrugge con la parola e non capirlo accelera il processo di disfacimento della società. 

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