IL MONDO IN UNO SCATTO: IL FORTE DI OGA E QUELLA MACCHINA DA SCRIVERE…

La guerra deve essere una cosa enormemente seria per il fatto che si muore. Ma per il resto! Una sofferenza immane delle masse polarizzate nella volontà di alcuni che sono fuori dalla guerra.

Cosi scriveva Clemente Rebora, sottotenente di fanteria, poeta, ferito sul fronte del Pogdora.

In una soleggiata mattina estiva, mi arrampico in auto per i tornanti che portano da Bormio al paesino di Oga e da lì raggiungo il forte dalla cui cima si domina la valle circostante.

Il forte è una struttura storico-militare dell’Alta Valtellina, un pezzo di Storia convertito a museo che testimonia il dolore dei conflitti che si sono combattuti sui monti di quella zona e che hanno lasciato profonde ferite non solo su quel territorio, ma su tutta la nostra nazione.

Visitarlo mi permette di rileggere la pagina della Prima Guerra Mondiale.

Commuove girare per le stanze dove sono esposti i resti di un’epoca che, per quelli della mia generazione, è solo una manciata di pagine.

Fa riflettere pensare a quelle generazioni: a distanza di vent’anni si sono trovate travolte da due conflitti mondiali in cui molti hanno perso la vita e altri l’integrità del corpo o dell’anima.

Il forte di Oga è una testimonianza, con foto e cimeli, di questa pagina storica: scarponi di un soldato della Prima Guerra Mondiale, pagliericci con sacchi a pelo dove dormire, l’infermeria, le latrine, i rifugi sotterranei, le postazioni di combattimento e tutti gli ambienti in cui venivano stipate armi e vettovaglie per poter sopravvivere.

Nel girare le varie stanze, scorgo lo stand con le parole di Rebora che riporto a inizio di quest’articolo.

Ad accompagnarmi c’è una musica emozionante che si diffonde tra gli ambienti; arrivo infine nella sala comando, il locale da cui gli ufficiali impartivano ordini ai soldati mediante l’interfono, il vero cervello del forte.

A colpirmi è la scrivania su cui è posata una vecchia macchina da scrivere, l’oggetto di questo scatto.

Uno strumento per stilare rapporti, scrivere lettere, compilare ordini; su quei tasti si sono mosse le dita di ufficiali che hanno dovuto gestire situazioni drammatiche, vivere in prima linea la guerra lasciandone traccia tra le righe battute con questo importante strumento.

Una macchina da scrivere su cui è stata scritta la Storia non solo di quel luogo, ma delle generazioni che in quel forte ci hanno vissuto.

Guardandola rifletto sul mio lavoro, sull’importanza di usare le parole per non lasciare cadere il ricordo di fatti e vite che sono state prima di noi; medito sull’impegno che ho preso di raccontare l’orrore della guerra nel mio romanzo Un’ombra sul fiume, ricordo quei ragazzi che, ventenni o talvolta anche più giovani, hanno percorso con angoscia le montagne che ora io salgo con gioia.

Penso a tutti quei volti che sono stati storie umane, relazioni profonde e che sono passati nella linea della Storia: volti anonimi per me ma familiari per altri, vicende sconosciute per me ma fondamentali per altri.

Chissà quante storie avrà raccontato quella macchina da scrivere al lume di una candela consumata!

Dei tasti su cui sono impresse delle lettere, una scrivania su cui si poggiano.

Quella macchina è per me l’emblema di molto più di rapporti militari: è il simbolo di un mondo che il forte di Oga s’impegna a ricordare in un’ottica di educazione alla pace.

Senza la memoria non possiamo capire il passato e progettare un presente più sano.

Talvolta la memoria è una fotografia, talvolta una lettera e altre volte ancora una macchina da scrivere posata su un tavolo di legno, testimone di mondi che non ho vissuto in prima persona ma che è onere di tutti ricordare.

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