L’AMORE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Non me ne voglia Gabriel Garcia Marquez se con questo articolo faccio il verso al suo celebre romanzo, ma in questi tempi così strani si continuano a citare Boccaccio e Manzoni e allora perchè non richiamare anche lo scrittore colombiano.

Tempi strani quest’ultimi dove si parla di medicina organica senza riflettere sulla necessità di curarsi i nervi. Le psicosi sorte a seguito della diffusione del virus cinese costringono a riflettere su molte cose e, perchè no, a valutare seriamente di proporre corsi obbligatori di gestione dell’emotività  per i cittadini (politici e non).

Amo camminare per Milano nel silenzio agostano, nella canicola che mi ricorda romanzi come Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana o film come Il sorpasso di Dino Risi.

Amo quel silenzio perchè è l’espressione della quiete, di una città frenetica che, almeno per un breve periodo nell’arco di un anno, si ferma.

In questi giorni però il silenzio che respiro non è quello agostano tanto atteso: è un silenzio irreale dove il vento spazza strade deserte e fa sbattere foglie e fogli contro saracinesche abbassate.

E’ una Milano afflitta e sconvolta dalla paura quella che vedo.

I social impazzano, i giornalisti amplificano ogni minimo dettaglio. Nell’arco di pochi giorni essere lombardo è diventato sinonimo di appestato: ci chiudono in faccia gli scali aeroportuali, veniamo rispediti a casa dalle Mauritius o messi in quarantena a Tenerife. Il nostro passaporto, sempre gradito in ogni dove, è guardato non solo con terrore, ma con rabbia: siete appestati, via di qui!

Così alcuni settori dell’economia cominciano seriamente a essere messi in pericolo.

Non solo però non siamo più così amati oltre frontiera, ma anche in casa nostra stiamo dando uno spettacolo deprimente. Lo svaligiamento dei supermercati dello scorso fine settimana è qualcosa di surreale che dimostra quanto la psicosi possa portarci a compiere azioni sconclusionate.

E’ questa la società che abbiamo costruito? Una società che non distingue più la prudenza dalla paura, la paranoia dall’attenzione? Una collettività che svuota gli scaffali terrorizzata di non avere più da mangiare arraffando tutto senza lasciare nulla all’altro? Gente che si guarda di traverso al primo starnuto?

Tutti abbiamo paure: sono ottimi indicatori di pericolo e non vanno demonizzate così come non va demonizzato lo stress. Il problema nasce quando, da campanellini d’allarme, stress e paure diventano compagni cronici di vita e ci schiavizzano portandoci ad avere comportamenti talvolta pericolosi per la collettività.

Siamo afflitti da anaffettività, da paure e da psicosi e ci perdiamo per strada la bellezza che ci circonda. Stigmatizziamo un gruppo etnico salvo poi essere noi a diventare gli “untori” di turno finendo in quarantena mentre siamo in vacanza. Non pensiamo a chi vive da solo, anziano o giovane che sia, che in una situazione di questo genere è ancor più isolato del solito: in quanti si premurano di chiamare queste persone anche per un semplice “come stai?”.

E’ questo quindi l’amore ai tempi del coronavirus? Un’accozzaglia di atteggiamenti psicotici e di estremo egoismo?

Anche, ma non solo. Non dobbiamo dimenticare mai il lavoro di tutti quegli operatori sanitari che in questi momenti di emergenza assistono la popolazione. Non dobbiamo dimenticare quei vicini che, nel completo anonimato e silenzio, hanno gesti di attenzione e cortesia.

La letteratura ha sempre da insegnarci in ogni situazione storica: è questa la sua forza. Boccaccio ci ha insegnato che la peste può diventare un momento per comporre testi di imperitura memoria, Manzoni ci ha regalato pagine di intensa commozione, Marquez ci ha raccontato l’ostinazione di un amore che infine vince.

Siamo sempre noi, nel nostro piccolo e con le nostre scelte, a determinare se l’amore può vincere o soccombere.

Mi auguro che, una volta terminata questa tremenda tempesta, tutti si fermino a riflettere su ciò che è successo magari partendo da un brano di letteratura. Spero così che le parole dei grandi scrittori possano aiutarci a guardare i terremoti della vita da una prospettiva più ampia perchè non siamo eterni, ma possiamo vivere di eternità.

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