DELL’AMORE, DEL CANTICO E DI ALTRI ESEMPI

Ci siamo lasciati Sanremo alle spalle tra polemiche ed entusiasmi.
Non ho seguito il festival, ma a posteriori ho guardato alcuni video su argomenti che mi interessavano. Per essere precisi i monologhi della Jebreal e di Benigni.
Ho già espresso in altri contesti le mie riserve in merito a COME Benigni abbia esposto il Cantico. Mi sono avvalsa, per farlo, delle mie competenze letterarie. Le considerazioni non nascono quindi da un approccio di fede, bensì da un’analisi sulla scia dei miei studi di critica letteraria.
In molti, anche intellettuali, si sono espressi a favore della performance perchè ha permesso, pur nei suoi limiti, di far parlare di Bibbia.
Dal mio punto di vista tutto ciò è troppo riduttivo.
Un argomento, soprattutto se complesso, per essere divulgato ha bisogno di un valido COME altrimenti il rischio è che diventi una meteora che oggi passa e domani ricade nel dimenticatoio.
Può anche accadere di peggio però.
Pochi hanno le competenze per comprendere i numerosi strati ermeneutici di un testo come il Cantico e non tutti hanno un valido giudaista a cui fare riferimento per chiedere delucidazioni.
Che cosa succede quindi?
Che la maggior parte, ascoltando il monologo dell’attore toscano, si porta a casa l’elemento erotico.
Se si vuole parlare seriamente di un libro – da qualsiasi pulpito lo si presenti–occorrono tre elementi da equilibrare saggiamente tra loro: testo, contesto e testa.
In prima battuta si è potuto notare uno sbilanciato degli equilibri di questi tre elementi in termini di tempo: dei trenta minuti di performance, venticinque sono stati dedicati all’introduzione (contesto) e cinque alla lettura del testo. Già questa scelta dimostra una non padronanza del modo di proporre uno scritto.
Parlando del contesto proposto da Benigni. L’accento posto sull’aspetto erotico – componente presente che nessun lettore si sognerebbe di negare- sembrava più una pruderia dell’attore, una sua fissa che non ha lasciato spazio alcuno a tutte le altre letture possibili.
Chiunque faccia critica letteraria sa che un testo non può essere commentato se non a partire dalla lingua d’origine in cui è stato scritto: non mi è sembrato che sia trapelata questa profonda conoscenza dell’ebraico da parte di Benigni che ha citato il titolo in inglese (scelta alquanto incomprensibile perchè di norma le citazioni testuali riprendono la lingua originale).
Ha affrontato il Cantico come fosse un carme di Catullo. Catullo era un incredibile poeta e ha realizzato un corpus letterario di altissimo livello, ma il Cantico è un altro genere. Stupendi entrambi, ma diversi.
Anche l’insistenza eccessiva sulla meraviglia di trovare un testo così nel corpus biblico mi ha perplessa: sembrava quasi che Benigni non sapesse quanto la Bibbia sia variegata e che anche altri libri (uno per tutti Qohelet) siano stati motivo di articolate discussioni prima di essere inseriti nel Canone.
Che la società sia investita da un preoccupante analfabetismo biblico è cosa risaputa di cui ho già parlato in passato tra le pagine di questo blog.
Oggi in molti osannano Benigni per questa operazione mediatica di divulgazione del sapere biblico.
A mio avviso non si può mai scindere il COSA dal COME. Parlare di un argomento, solleticarne la curiosità è cosa buona, ma bisogna in primis dare la misura della complessità di ciò di cui si parla altrimenti si rischia di impoverire il tutto!
L’ultimo elemento è la testa e un dubbio avanza: in quanto tra gli ascoltatori ora sanno che il Cantico è un libro articolato la cui interpretazione – nello stesso mondo giudaico–è soggetta a più punti di vista? In quanti invece si sono portati a casa l’impressione che l’erotismo sia la chiave di volta dell’intero testo? In quanti ora conoscono il titolo in originale?
Traspare forse con vigore più una certa critica a un modo di affrontare la sessualità nel mondo religioso che la grandezza del libro discusso.
L’amore è una tematica fondamentale non solo dal punto di vista narrativo e poetico, ma nelle nostre vite.
Ultimamente sto dedicandomi alla lettura di numerosi testi del Dalai Lama; l’insistenza da parte di questo monaco sul discorso amore porta a fare una riflessione seria su più fronti.
Il Dalai Lama parte dal presupposto che l’amore è la forza che fa girare il mondo per il verso giusto e che la sua assenza è all’origine di tutti i mali che viviamo sia a livello personale che globale (e la presenza di numerose persone anaffettive o affette da atrofia sentimentale ne è una prova schiacciante).
Sua Santità va però oltre il COSA e nei suoi gesti, nelle sue parole e nel suo sguardo fa trasparire gentilezza, pazienza, rispetto e tolleranza tutte componenti fondamentali dell’amore. È con la sua stessa vita che testimonia ciò di cui si fa portavoce e lo fa usando testa e cuore come molti suoi interlocutori dicono.
Questo potrebbe essere un esempio interessante da prendere in considerazione: un uomo coerente tra il suo dire e il suo fare che ha fatto della meditazione e del controllo della mente un aspetto fondante della vita senza per questo sacrificare l’affettività sull’altare di una ratio sterile.
Le sue parole sono un valido esempio di quanto il COME pesi per gli argomenti trattati. Molti ascoltano il Dalai Lama e si portano a casa una ricchezza profonda e umana.
Da letterata noto l’uso che si fa del linguaggio sia da parte dei leader sia da parte della gente comune: la lingua non esprime ciò che abbiamo dentro ma, al contrario, condiziona il nostro animo. Un linguaggio composto da “no”, “impossibile” e similia o carico di aggressività determina un comportamento duro, orgoglioso, altero e quindi inabile a tessere relazioni.
La performance di Benigni è occasione, per tutti coloro che si occupano di comunicazione, di riflettere sul COME prima ancora che sul COSA.
Non basta parlare di un certo argomento, diffonderne l’esistenza: è indispensabile farlo in modo adeguato se non lo si vuole impoverire con buona pace di chi – intellettuali e non- ritiene che “tutto vada bene purché se ne parli”.

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