IL MONDO IN UNO SCATTO: VOLTI DAL LADAKH

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Il mio viaggio in Ladakh, il piccolo Tibet ubicato nel nord ovest dell’India, è stato molto più di un semplice intervallo turistico. È stata la scoperta di un mondo nuovo, di un ambiente – quello dell’Himalaya- coi suoi spazi infiniti e le sue montagne matriarche.
Ed è stato anche un tuffo negli occhi e nei volti di persone diverse da quelle finora incontrate.
La foto che oggi propongo è stata scattata durante un festival religioso presso il monastero di Tartok, non molto distante dalla capitale Leh. Un festival che è un tripudio di colori, suoni, profumi di un mondo che mi è entrato nel cuore per osmosi bypassando la comprensione intellettiva.
Eppure, pur nel rilucere di tutte quelle sfumature, scelgo una foto in bianco e nero; non solo perché amo il bianco e nero, ma perchè credo che, più del colore, riesca a dare spessore ai volti rendendoli veri e immortalandone la storia.
L’uomo qui ritratto è uno dei tanti spettatori di questo festival. La sua età è indefinita: il volto non rivela necessariamente gli anni. Ho infatti incontrato persone che apparivano più anziane di quanti in realtà fossero a causa di una vita passata all’aria aperta a contatto con la terra.
Le rughe che ne solcano il viso sono come i fiumi che scavano gli anfratti delle montagne su cui vive. Ha in mano una ruota di preghiera e, dal braccio destro, pende un rosario. In testa un semplice cappello per proteggersi dal sole che, a oltre 3500 metri di quota, può essere insidioso.
Il suo sguardo fissa un punto oltre la nostra visuale: si trova su un muretto che lo rialza rispetto alle sedie dove ci sono altri spettatori.
La sua bocca, chiusa ma non immobile nel suo labbro sporgente, riflette un’economia della parola che nel silenzio di questi luoghi lascia spazio al suono degli strumenti come il girare della ruota che ha in mano.
I volti degli uomini e delle donne incontrati in Ladakh sono spesso sorridenti o assorti in meditazione. In entrambi i casi riflettono una leggerezza del cuore che difficilmente scorgo per le strade delle nostre città. Hanno preoccupazioni, vivono fatiche e dolori come tutti, ma il loro modo di affrontarle – in molti casi- fa la differenza.
La mia non è esteroflia acritica: sono abituata a viaggiare in zone della terra diverse dall’Italia e a conoscere pregi e limiti. Qui però ho sentito – più che compreso- un pensiero differente impresso nei volti incrociati.
In un festival così affollato come lo era quello a Tartok, molti sono gli scatti rubati o colti quasi per caso; le persone si lasciano ritrarre senza problemi, talvolta felici di essere soggetti delle mie attenzioni.
In questa foto leggo la bellezza della saggezza frutto della meditazione; nelle vene sporgenti delle sue mani vedo la fatica di una vita vissuta fino in fondo.
Non conosco il suo nome né la sua storia, ma l’immaginazione compensa queste mie carenze conoscitive.
Incontrare un volto e immortalarlo in un momento di passaggio vuol dire anche far leva sul l’empatia, sulla capacità di colmare i vuoti con il sentire l’altro secondo corde meno convenzionali di quelle dell’intelletto: le corde del cuore.
Il Ladakh è una terra estrema, di paesaggi infiniti e di volti ricchi di storia.
È una terra di monasteri buddhisti – i gompa- e di alture magnetiche. Lo sguardo si perde tra questi spazi, tra i gompa abbarbicati sulle cime e nei sorrisi di un popolo solare, accogliente e riflessivo.
In quest’immagine rievoco tutto ciò e l’aria rarefatta di quelle cime così amate.
È un ricordo di un mondo così vicino al cielo da farmi sognare ancora adesso, mentre scrivo qui in Italia, col cuore che batte a un ritmo diverso: quello della lentezza che fa assaporare la vita.

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