BUGIARDA di Ayelet Gundar-Goshen ed. La Giuntina

Un titolo secco, immediato, che va dritto al cuore del racconto.

Una copertina che cattura col contrasto dei suoi colori e un enorme gelato che campeggia.

Nufar è una goffa diciassettenne, piuttosto complessata.

Nel periodo estivo lavora presso una gelateria in una città di mare, forse Tel Aviv, mai nominata.

Un equivoco sorto durante una delle serate lavorative cambia la sua vita. Una piccola bugia che si forma quasi da sè -e che la ragazza non si affretta a smentire- prende corpo e, in un crescendo di tensione narrativa, diventa una valanga che investe la protagonista e le persone che le vivono accanto.

In questo splendido romanzo dai risvolti psicologici, Ayelet Gundar-Goshen -già apprezzata nel nostro paese per lo struggente Svegliare i leoni– ci regala una storia a tratti divertente, a tratti drammatica, che scandaglia la tematica, per noi così attuale, delle fake news.

L’autrice non parte dalla politica, ma da una storia privata che finisce sotto i riflettori del mondo intero.

Qui il conflitto non è protagonista e Israele è solo un setting vago dove le vicende sono ambientate. La storia potrebbe accadere in qualsiasi altro punto della terra.

E’ questo a mio avviso uno dei grandi pregi del romanzo: l’universalità del tema trattato che scavalca i confini di una terra dove invece tutto è così particolare. La capacità di coinvolgere il lettore con personaggi ordinari in una terra così fuori dall’ordinario non è da tutti.

Il climax del racconto cresce proprio come una piccola palla di neve che, rotolando a valle, diventa sempre più grossa fino a creare una valanga.

Il ritmo cattura il lettore inducendolo a sfogliare in maniera frenetica le pagine del libro per capire come la storia procede.

Il ritmo però non è tutto come spesso accade in alcuni testi che, a libro concluso, ci lasciano poco o nulla.

In Bugiarda non si vive solo di emozioni estemporanee.

Grazie all’alternarsi sapiente di dialogo e parti narrative, Gundar-Goshen permette di entrare gradualmente nell’animo della storia. Forte della sua esperienza di terapeuta, fa balzare il cuore e la mente del lettore in più punti.

Affronta la tematica del mentire con intelligenza ritraendo un quadro molto complesso: è sempre sbagliato non dire la verità? Fin dove la menzogna può arrivare? Ne abbiamo veramente il controllo come e quando vogliamo? O ci illudiamo di riuscire a smettere di mentire senza conseguenze nefaste?

Bugia chiama bugia e ben presto Nufar finisce in un gioco perverso molto più grande di lei che la inghiotte.

Impossibile, di questi tempi, non riportare questa riflessione ai piani alti della politica: se una bugia privata di apparente scarsa portata può arrivare a livelli così incontrollati di sconvolgimento della realtà, cosa può succedere quando a mentire è un politico, una persona cioè che ha la responsabilità del benessere collettivo?

Il finale, con una stoccata agli story-teller nella cui categoria l’autrice è la prima a collocarsi, dà un tocco d’arguzia al testo e, da scrittrice, mi stimola un universo di riflessioni non condensabile in poche righe.

Perchè raccontare è un po’ anche mentire con consapevolezza per far riflettere e sognare.

Perchè raccontare è un bisogno umano di cui non potremo mai fare a meno.

Kol hakavod, Aylet!

Un libro che merita di essere letto e, perchè no, anche più di una volta.

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