LA NARRATIVA, L’EMPATIA E LE DONNE

Giorni fa lessi un’intervista a Elif Shafak, una scrittrice che apprezzo molto: la sua Bastarda di Istanbul mi aveva sedotta al punto da indurmi a leggere il libro due volte. Apprezzai anche Le quaranta porte e ora, dopo quest’intervista, mi riprometto di leggere il suo ultimo romanzo.

La Shafak parla del ruolo delle donne e dell’empatia.

Da tempo rifletto sul nesso tra empatia e narrativa; in quanto lettrice e scrittrice il rapporto che ho con le storie e duplice e più vado avanti più la dipendenza dalle storie si acuisce.

Leggere (e anche scrivere) di narrativa modifica l’animo, lo rende più morbido, più disponibile all’ascolto e alla comprensione. Non si diventa improvvisamente psicologi e le relazioni che non funzionano non cambiano solo perchè leggiamo.

Sicuramente però si modifica il nostro sguardo sul mondo: si diventa indagatori, si osserva la realtà da più punti di vista.

Nella mia esperienza ho potuto notare come in molte persone l’assenza di letture narrative porti a un progressivo inaridimento e a una rigidità di pensiero. Non sempre è così, non siamo fatti tutti con lo stampino, ma sono convinta che, laddove non c’è spazio per l’ascolto delle storie, l’empatia risulti minimizzata e di conseguenza le relazioni ne soffrono.

Lo dichiara anche la Shafak e non è l’unica scrittrice a pensarla così.

La capacità di sentire l’altro è migliorata dall’ascolto di vicende diverse: ci si immerge nell’animo di un personaggio, ci si immedesima, si cammina nelle sue scarpe per un tratto di strada e si provano le sue emozioni.

Questo succede anche con personaggi e situazioni distanti dal nostro mondo di partenza, talora incompatibili col nostro modo di pensare.

Spostare il nostro punto di vista è un esercizio che facciamo ogni volta che leggiamo una storia.

Uscire da noi per vestire i panni di un altro (che magari è differente non solo per modus pensandi ma anche per età, genere, etnia) ci costringe a vedere il mondo secondo prospettive differenti e, alla lunga, ci permette di sentire persone e situazioni più vicine a noi.

Non sono più numeri, ma volti, storie che ci accompagnano.

E’ un po’ come la bambina dal cappottino rosso del film Schindler’s list: quello spruzzo di colore sul bianco/nero del film costringe lo spettatore a focalizzare l’attenzione su un individuo nella folla. Non è più uno tra i tanti, un numero, ma una persona in carne e ossa.

Noi non ci commuoviamo per un milione di morti, ma per un morto sì. Questo succede perchè l’empatia fa leva su una vicenda dai contorni ben precisi e non su una folla anonima. Non riusciamo a immedesimarci in un popolo, in un gruppo etnico o sociale, ma in un singolo di cui seguiamo le vicende sì.

Ecco perchè le storie ci permettono di aumentare l’empatia: perchè sono “cappottini rossi” che ci fanno sentire quella realtà. La teoria di mondi diversi gradualmente perde terreno per dare spazio alla concreta realtà di un volto.

Chi legge narrativa trascorre ore piacevoli con nuovi “amici” e permette alla propria anima di sentire -più che capire- che siamo tutti esseri umani con emozioni, sentimenti, sensazioni simili.

Questo ci rende più indulgenti anche con noi stessi; del resto se non impariamo ad amarci difficilmente riusciremo ad amare altri. Il precetto levitico Ama il prossimo tuo come te stesso si basa su questo ragionamento: se disprezzo me stesso inevitabilmente disprezzerò anche l’altro.

La narrativa permette di sviluppare in primis empatia verso noi stessi, verso le nostre manchevolezze perchè, vestendo per un po’ i panni di un altro, riconosciamo in lui le nostre zone grigie e oscure.

Vorrei concludere con una riflessione legata al mondo della scrittura.

Ancor oggi l’universo femminile fatica ad avere le stesse opportunità di quello maschile. Ammettere questa cosa non ci rende femministe: è un dato di fatto che, anche nel cosiddetto mondo occidentale, la donna non ha sempre le stesse chance dell’uomo. Ed è altrettanto risaputo che molti uomini fingono di farsi portavoce della parità di genere quando, nella realtà quotidiana, non esitano a mettere in atto comportamenti discriminatori e privi di rispetto. In questo spesso coadiuvati, ahimè, da parte del genere femminile che relega la donna a un ruolo marginale che le impedisce di ricoprire incarichi da sempre affidati agli uomini.

Virginia Woolf descrisse nel suo saggio Una stanza tutta per sè la condizione delle scrittrici della sua epoca (il libro è del 1929) e nel corso dei secoli affrontando le ragioni storiche e antropologiche del predominio maschile in questo campo.

Ciò che si stenta a comprendere è la nefasta conseguenza dello sbilanciamento di considerazione dei due universi.

La sensibilità e la modalità di scrivere di una donna non sono le stesse di un uomo.

Ridurre lo spazio femminile nel mondo della scrittura depaupera il mondo intero di preziosi punti di vista che potrebbero sviluppare in maniera diversa l’empatia.

La narrativa deve poter godere del contributo paritario di entrambi i sessi per poter essere dono vero e totale.

La grandezza dei maestri che precedettero la Woolf è indiscutibile, ma aprire la mente a un modus pensandi più equo è il primo passo per affacciarsi su mondi sconosciuti

Se è vero che la letteratura non è un prodotto di genere, è altrettanto vero che dare a tutti le stesse opportunità aumenta le possibilità di avere libri innovativi e scritti bene.

La narrativa è un dono per tutti, un aiuto a guardare il mondo con occhi nuovi e, si sa, quattr’occhi vedono meglio di due.

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