IL MONDO IN UNO SCATTO: IL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME

Il mondo in bianco e nero, il mondo in uno scatto.

L’estate, si sa, è tempo di riposo. Dalla prossima settimana anche il mio blog diraderà le pubblicazioni degli articoli che ci saranno con minor frequenza.

Oggi, cari lettori, voglio quindi portarvi in un luogo speciale perchè l’estate non è solo un momento di break ma, per molti, anche tempo di viaggi.

Una delle mete che quest’anno sembra attirare molti turisti è Israele.

Gerusalemme per me è casa.

Ho scattato questa foto nell’estate del 2013, ma quando la guardo ci vedo dentro tutte le stagioni: la pioggia che bagna il selciato, il sole che lo rende scivoloso, il buio del mattino prima dell’apertura.

Quel doppio portale -modello per una delle porte della cattedrale di Santiago de Compostela in Galizia- e quella scala appoggiata e mai rimossa da secoli per lo status quo sono impressi nella mia mente e spesso riaffiorano.

Ho impiegato anni prima di apprezzare questa chiesa: il suo interno caotico, la calca della gente e la sua distribuzione su più livelli mi avevano sconcertata quando nel 2005 visitati questo luogo sacro per la prima volta. Mi sembrava di muovermi all’interno di un bazar mediorientale troppo rumoroso per pregare. La sua nomea di luogo di scontri tra le diverse confessioni cristiane non aveva aiutato a migliorare le mie simpatie nei suoi riguardi.

Col tempo però cominciai a conoscerne ogni singolo meandro. Nel 2014 feci un corso di archeologia a Gerusalemme che mi permise, fra le altre cose, di approfondirne la storia. Ho così imparato ad amarla e a sentirmi a casa anche lì dentro.

In estate la sua frescura mi concede tregua dal caldo gerosolimitano, in inverno è un rifugio dal freddo spigoloso, in ogni stagione è un crocevia di popoli e nazioni. Un miscuglio di lingue, colori umani, etnie che dà il polso della diffusione del Vangelo nel mondo. Gente che accorre da ogni dove per inginocchiarsi e pregare dentro l’edicola dove c’è la lastra su cui fu posato il corpo di Cristo: un piccolo rifugio, basso, stretto, in cui possono stare non più di quattro persone alla volta. Infinite mani si posano su quella lastra, infiniti riti animano la chiesa durante il giorno nell’alternarsi delle diverse confessioni: e se qualcuno perde il turno è finita, rischia di essere estromesso.

Il ritmo che anima questo luogo è alieno alla nostra società ma là, in quella città dai molti culti, è solo una delle molteplici espressioni del sacro.

A chi critica i tafferugli tra i diversi religiosi -spettacolo grottesco che talvolta abbiamo visto in tv- padre Pizzaballa risponde che il vero miracolo è che questi scontri non siano all’ordine del giorno.

Ha ragione! Gerusalemme odora di santità ma è pervasa da una tensione che vibra nell’aria e spesso è palpabile. Una tensione che ho imparato a comprendere e non giudicare perchè è solo uno dei tanti elementi che la connota assieme alla bellezza, alla forza spirituale e storica e all’ilarità non sempre conosciuta.

E’ la sua umanità variegata a renderla così affascinante.

Una foto in bianco e nero mi permette di ripercorrere le tappe storiche di questa basilica che risale ai primi secoli dopo Cristo quando fu costruita per volere di Sant’Elena, madre di Costantino.

Gente che entra, gente che esce.

Le chiavi della chiesa, per motivi di stabilità, sono in mano a una famiglia mussulmana e non è raro vedere al suo esterno poliziotti israeliani. Ai miei occhi tutto questo ha il sapore della forza della diversità che custodisce il precario equilibrio della pace, parola così abusata e contesa in una terra da sempre oggetto di conquiste.

Quando varco il portone di legno un profumo di nardo invade le narici, sempre! E’ l’olio spalmato sulla lastra della deposizione che si trova all’ingresso e su cui numerosi pellegrini si chinano per pregare. Al nardo si mescola l’incenso: siamo in Medio Oriente, terra di profumi, spezie e oli.

Quando guardo questa fotografia i miei sensi ricordano tutto: gli odori, i colori, le stagioni, il buio. Sì, anche il buio che accompagna il rito di chiusura o di apertura della porta della basilica dentro cui talvolta i pellegrini vegliano di notte in preghiera.

Anch’io un anno scelsi di rimanere dentro parte della notte. Fu un’esperienza meravigliosa! Il rumore della calca diurna cede il passo al silenzio della veglia notturna: poche e sparute persone girano per la chiesa in religioso silenzio. Lo spazio, spesso oggetto di contesa durante il giorno, è in quelle ore libero e silenzioso così da permettere al pellegrino – o alla persona curiosa che sceglie di pernottare lì dentro- di assaporare la spiritualità di un posto spesso caotico e frastornante.

Fu in quel momento di veglia che imparai veramente ad apprezzare quella chiesa! Nel suo silenzio notturno, nella sua solitudine piena di significato.

Questa foto è sicuramente un ricordo recente dei miei numerosi ritorni a casa ed è la mia preferita tra tutte quelle scattate: un bianco e nero che mi regala il sapore della Storia mescolata alla mia storia personale, un intreccio di milioni di storie.

Amare Gerusalemme significa amare la sua umanità variegata, quella che lì risiede in pianta stabile, quella che è solo di passaggio, quella che è transitata per le sue vie nel corso dei millenni.

Gerusalemme è anche questo oltre ai conflitti e alle tensioni: è Storia, è bellezza, è umanità in cammino.

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