SONO UN’INFLUENCER, OVVERO NON FACCIO NULLA DI PARTICOLARE

Dal glossario di marketing. Gli influencer sono individui con un più o meno ampio seguito di pubblico che hanno la capacità di influenzare i comportamenti di acquisto dei consumatori in ragione del loro carisma e della loro autorevolezza rispetto a determinate tematiche o aree di interesse.

Settimana scorsa mi sono imbattuta in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera a una ragazzina di quindici anni: un’influencer -come oggi si ama dire- con oltre tre milioni di followers.

Tra le diverse dichiarazioni rilasciate, una in particolare ha carpito la mia attenzione:

Del resto posso capire che sia difficile pensare che una ragazzina possa raggiungere milioni di follwers senza far nulla di particolare.

Lascia basiti un’affermazione di tal genere.

La ragazzina sembra non rendersi conto dell’assurda ammissione fatta:

Non so nulla, non faccio nulla, ma realizzo qualcosa.

Il qualcosa è la notorietà.

Fame di fama verrebbe da dire: una malattia assai diffusa nel mondo che porta le persone a cercare cinque minuti di gloria a tutti i costi.

Non importa proporre qualcosa che abbia contenuti, non importa la qualità: l’importante è apparire, avere un seguito che ti mette in evidenza (quando non sul piedistallo) anche se, a conti fatti, non hai una proposta valida in tasca.

Ciliegina sulla torta: pubblicare a soli quindici anni un libro per dispensare consigli e riflessioni con una delle case editrici più importanti del nostro paese.

A riprova che il nulla spesso vince.

Virginia Woolf consigliava di non pubblicare mai prima dei trent’anni. Un’auctoritas di tale levatura sapeva ciò che diceva: eppure questo consiglio così prezioso e sensato viene spesso ignorato.

Mi sorge spontaneo chiedermi se questa influencer dei nostri giorni abbia mai sentito nominare la scrittrice inglese. Posso solo augurarle – se ancora non le è capitato- di incontrare la Woolf per comprendere cosa significhi scrivere testi di una certa portata e quando sia fondamentale formarsi prima di pubblicare ciò che esce dalla penna.

Tutto questo mi ha condotta a considerare anche il concetto di leggerezza.

La fatica di vivere sfinisce e logora a livello psicologico. Ne deriva un bisogno di evadere, di non appesantire ulteriormente la vita. Un’esigenza che mi trova in pieno accordo: condivido la necessità di dedicarsi talvolta a cose leggere e vaganti come direbbe Umberto Saba.

Leggerezza però non è sinonimo di nulla totale!

L’evasione dalle fatiche della vita non è appiattimento del cervello, ma è capacità di leggere e vivere in modalità scorrevole, viaggiando con la mente o col corpo in luoghi nuovi che permettono di rigenerarci.

Leggerezza vuol dire tirare il fiato, ma questo fiato è fatto d’aria non di assenza di essa.

Si tratterà -soprattutto per i libri- di contenuti meno impegnativi di quelli proposti da Philiph Roth, di più facile lettura, non però di privazione di essi.

Dando un’occhiata ai cosiddetti influencer -inclusa la ragazzina dell’articolo- la prima cosa che salta all’occhio è che queste persone non propongono un’idea, un pensiero (seppur semplice) o arte. Propongono la loro immagine credendo di presentare un prodotto artistico quando invece ciò che mostrano è solo una persona tra le tante, senza particolari qualità o talenti che riesce -facendo leva su meccanismi strampalati- a fare da guida alle persone. Sulla via del non-senso, ahimè!

Allarma il fatto che queste persone abbiano un seguito nutrito che le rende delle vere e proprie star.

Nel caso della quindicenne sopra menzionata, si tratta di adolescenti e bambini che la additano a modello comportamentale con l’avallo di adulti che trovano tutto questo normale.

Nel caso degli adulti si tratta di un seguito di altri adulti che vedono in questi influencer quelli che hanno capito tutto della vita e sanno fare soldi con astuzia.

Tutto ciò ha conseguenze drammatiche sulla nostra società.

In primis un ottundimento collettivo della mente.

L’abbassamento della qualità, l’assenza di contenuti e il dilagare del non-senso sono la goccia che scava la roccia: si diventa meno capaci di affrontare argomenti complessi, si punta sempre (non solo anche) al poco impegnativo, si riduce il potenziale della mente che fatica a uscire da una comfort zone di basso livello.

La seconda conseguenza è la messa in disparte di prodotti di qualità percepiti come ostici per il grande pubblico. Leggere un testo di consigli di una ragazzina di quindici anni è alla portata di tutti, permette incassi quasi certi e fa schizzare alle stelle la notorietà della persona che diventa una macchina per fare soldi.

Soldi facili, aggiungerei…

Così ci ritroviamo sugli scaffali delle librerie, in televisione, su cartelloni pubblicitari il volto di persone che, senza avere alle spalle una solida preparazione in qualche ambito, troneggiano e dall’alto si chinano per dire al mondo quali sono le scelte giuste da fare in termini di moda, make-up, letture (i loro libri pieni di consigli), politica.

 Tutto questo è assurdo e porta all’involuzione.

La qualità richiede formazione e preparazione: la leggerezza non è sinonimo di nulla.

E il nulla non dovrebbe mai essere retribuito.

L’artista è un visionario che vede oltre il confine: si tratti di uno scrittore, un pittore, un fotografo o uno stilista.

L’influencer è una figura ammantata di successo che, con pochi click, dà l’illusione al mondo che si possa arrivare in vetta senza fare troppa fatica.

Abbagliare però non significa illuminare le menti.

Innegabile che molti di questi cosiddetti influencer abbiano le caratteristiche qui descritte.

A meno di essere Mafalda, dubito quindi che qualcuno non adulto e non formato possa essere un serio influencer.

Mi auguro che il dubbio di essere raggirati da questi guru contemporanei possa dilagare a macchia d’olio così da permettere alla nostra società di ribellarsi al nulla e godere della bellezza della vita che è pienezza di senso, non assenza di esso.

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