VIVIAN MAIER, UNA VITA DIETRO L’OBIETTIVO

Dopotutto, i pasti sono stati cucinati, i piatti e le tazze lavati, i bambini mandati a scuola ed entrati nel mondo. Tutto è scomparso. Nessuna biografia o storia ha una parola da dire su tutto questo.

E’ con questa frase di Virginia Woolf che si apre la mostra dedicata a Vivian Maier (1926-2009): un centinaio di fotografie esposte a Pavia fino al 5 maggio.

La vita della fotografa-bambinaia è avvolta dal mistero.

Francesca Diotallevi nel suo Dai tuoi occhi solamente ha voluto coprire quei buchi biografici usando la creatività e consegnando al lettore il ritratto di un personaggio irrequieto, silenzioso, di cui poco si sa.

I pochi dati biografici sicuri ci raccontano che la Maier era una bambinaia e che nel suo tempo libero scattava fotografie.

Il suo patrimonio è stato scoperto solo dopo la sua morte e sono molti a chiedersi se avrebbe gradito l’incredibile fama di cui ora gode.

Sembra infatti che fosse molto gelosa dei suoi scatti e della sua privacy al punto che, in vita, non li fece mai vedere a nessuno per la pubblicazione.

Per nostra fortuna ora queste fotografie sono a disposizione di tutti.

Nella rassegna pavese ho potuto ammirare parte del lavoro della Maier, sia in bianco e nero sia a colori.

Vivian Maier per un ventennio usò la Rolleiflex, una macchina dall’incredibile precisione meccanica che consentiva di scattare solo dodici fotografie alla volta.

La Rolleiflex realizza fotografie dalla dimensione quadrata che costituiscono il grosso del materiale esposto a Pavia.

La struttura di questa macchina permette di curare molto la composizione dell’immagine e, avendo l’obiettivo inferiore predisposto per lo scatto, permette di inquadrare sguardi ad altezza bambino. Si spiegano così le numerose fotografie che hanno per soggetti bambini di ogni colore ed etnia tra le vie di New York e Chicago.

La mostra permette anche di vedere alcuni filmini in super otto realizzati dalla fotografa.

Il vero fulcro della fotografia della Maier è la vita per strada, la cosiddetta street photography: uomini, donne, bambini, anziani colti tra le vie delle città americane dove la donna visse a lungo.

Molte sono le immagini che hanno catturato il mio occhio, ma su tutte una mi ha colpita in modo particolare. Il titolo è poco indicativo e molto vago: January 1953. New York.

Uno splendido scatto in bianco e nero che ritrae un uomo di spalle e due bambini sui pattini; la bambina è voltata di tre quarti e il loro riflesso risplende in una pozzanghera in cui sono imprigionati la luce del sole e il paesaggio di alberi spogli che richiama la stagione invernale.

Panchine vuote sulla sinistra delimitano la strada chiudendo l’immagine, col muretto di fronte, in una cornice urbana.

Chi scatta fotografie con consapevolezza -che sia per professione o per diletto- vede la realtà per inquadrature e, con ogni scatto, narra una storia.

Vivian Maier raccontava la vita che la circondava tramite l’immagine.

Instancabile narratrice, si poneva ai margini del mondo per osservarlo e descriverlo dalla sua silenziosa prospettiva.

Poneva però anche se stessa come soggetto dei propri scatti.

In un’era fatta di selfie come la nostra, quelli della Maier hanno molto da insegnarci: scatti precisi, realizzati spesso con l’uso ingegnoso degli specchi sia in strada che in luoghi chiusi, lavori metodici che vanno oltre il narcisismo che connota l’era moderna.

Specchi dell’anima e di una vita che sembra quasi rifuggire da ogni tipo di coinvolgimento.

La bellezza di queste immagini rivela un talento naturale per la fotografia, un’incredibile capacità di osservare la realtà.

Vivian Maier era una maestra di quest’arte.

Passò al colore, abbandonando la Rolleiflex per la Leica, solo negli anni ’70.

Per chi come me ama il bianco e nero è però la produzione della Rolleiflex a lasciare il segno più importante.

In ogni inquadratura leggo un racconto, vedo un mondo, sento un’umanità che scorre, che, inconsapevole, è passata alla Storia.

La forza del lavoro della Maier è anche questa: documentare un mondo che ora è completamente diverso usando spesso l’ironia.

Un uomo con due bambini, un uomo e una donna ripresi dall’alto che si tengono la mano, due uomini in un locale mentre mangiano: il mondo della New York degli anni ’50 e ’60 e una Chicago che ora non c’è più.

La fotografia è arte, è bellezza, è narrativa oltre che documentazione storica.

Conoscere la Maier è un modo per capire l’arte del raccontare per immagini, un talento che è concesso solo a pochi.

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