MAROCCO: VIAGGIO NEL SAHARA PER INCONTRARE IL PICCOLO PRINCIPE

Viaggiare è un modo per conoscere il mondo e se stessi, è ritagliarsi un tempo di vita in cui lasciar scorrere le emozioni che un nuovo paese può far nascere.

A gennaio di quest’anno mi sono ritagliata un po’ di questo tempo di vita e sono andata alla scoperta del Marocco, una terra che non conoscevo e che mi ha incantata per la sua varietà paesaggistica, la sua ospitalità, la sua cultura e la sua stabilità politica che lo rende visitabile senza ansie e preoccupazioni.

Sono stati Faysal e la mia amica Lucia a portarmi in giro in questa terra affascinante.

Faysal è il titolare dell’omonimo tour operator (www.faysalviaggi.com) che mi ha guidata in questo primo (e non ultimo) viaggio marocchino.

Partendo da Marrakech e passando per le montagne dell’Atlante, abbiamo raggiunto il Sahara e da lì Fes.

Raccontare questo viaggio in un unico articolo è impossibile.

Il Marocco, la cui estensione territoriale è circa il doppio di quella italiana, è una terra policroma: si passa dalla costa atlantica (dove ho visitato Essaouira) ai 4000 metri della catena dell’Atlante, al deserto e alle città imperiali.

Gli occhi e il cuore oscillano tra mille sollecitazioni.

Oggi, cari lettori, vi racconterò le dune di Erg Chebbi vicine a Merzouga.

Ho visto numerosi deserti in Medio Oriente, mai il Sahara; quelli visti in passato – il cui fascino e bellezza non sono in discussione- sono rocciosi e, a mio avviso, non hanno lo stesso tocco magico.

Le dune di Erg Chebbi cominciano a svelarsi gradualmente, come un miraggio che prende consistenza pian piano: all’inizio sono piccoli promontori e poi diventano vere e proprie colline che fanno credere al viaggiatore di essere dentro un set cinematografico.

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Eppure sono reali, vive!

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Nell’immaginario collettivo il deserto è un luogo infuocato dal caldo, arido e privo di vita che o ammalia o annoia.

Questa rappresentazione, oltre che riduttiva, non descrive in maniera adeguata questo mondo fatto di colori, sfumature, sguardi, respiri.

Si ha un passo diverso nel deserto e a dettarlo è l’andatura del dromedario in groppa al quale mi sono issata; a guidarmi è un berbero senza il cui aiuto non potrei muovermi in questo mare di sabbia, un uomo che in questo universo vive la sua quotidianità e che mi segnala particolari che altrimenti sfuggirebbero al mio sguardo.

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Le zampe del dromedario affondano soffici nella sabbia, si fanno strada sulla cima delle dune con rumori attutiti.

Il silenzio regna sovrano cedendo talvolta il testimone al soffio del vento che, soprattutto di notte, rimodella le colline sabbiose.

In pieno pomeriggio il sole dipinge paesaggi col giallo ocra o e poi col rosso; fa freddo e, quando scendo dall’animale, affondo le mani nella sabbia fresca facendola scorrere tra le dita.

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In questo periodo dell’anno ci si deve riparare dal clima rigido anche di giorno e occorre coprirsi capo e bocca per evitare di mangiare sabbia; le sciarpe berbere sono un’ottima soluzione e danno anche un tocco esotico.

Lasciamo il dromedario a rifocillarsi tra gli arbusti e proseguiamo sulla cresta delle dune.

Le ombre si allungano, conquistano terreno facendomi sentire imponente o piccola piccola.

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A fatica raggiungo la cima, le scarpe piene di granelli rossi.

Cerco di riprendere fiato perchè, anche se sono abituata a camminare, muoversi su colline di sabbia comporta una fatica diversa e sfianca se si prova ad accelerare troppo il passo.

Finalmente mi fermo.

Le dune colorate delineano l’orizzonte con delicatezza, cuscini morbidi su cui un gigante potrebbe posare il capo.

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Impronte di volpi, dromedari, strisce di quattro per quattro rivelano vita e presenze diverse.

Il pensiero va all’infanzia quando, bambina inesperta del mondo, disegnavo il deserto con linee dettate dalla fantasia. Ora quella fantasia è diventata una splendida realtà.

Mi siedo sulla sabbia fredda.

Mille esistenze si muovono invisibili: le vite nascoste degli animali che le popolano, quelle dei tuareg  e dei berberi che in questo mondo hanno piantato le loro tende, il vento che sposta la sabbia.

Lascio che il cuore vibri e che la fantasia scorga l’ombra di un uomo che tiene per mano un bambino dai capelli biondi in attesa di una volpe; vedo così il Piccolo Principe e il suo Aviatore su queste dune incantate.

Un vento dolce accarezza il viso fisso sul tramonto.

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E’ ora di rientrare perchè il freddo comincia a pungere.

Come una bambina in preda all’emozione scendo saltellando e, raggiunto il mio dromedario, con l’aiuto della guida mi metto in sella, mi tengo stretta e riparto alla volta del riad che ci ospita.

Il soffice sprofondare delle zampe del dromedario segna la strada nei su e giù delle creste: come una vera nave, questo simpatico animale beccheggia con sicurezza nel suo mare rosso e mi porta a destinazione.

Una cena davanti al camino conclude la giornata rendendo ancora più magico l’incontro col Sahara; in tanti anni di deserto è la prima volta che ceno al tepore di un camino.

Domani ci attende un lungo viaggio per raggiungere Fes, ma prima di andare a dormire colgo l’ultimo dono: il cielo stellato sopra di me, una sequenza infinita di puntini luminosi che creano un lenzuolo ricamato. Chissà quale di questi puntini è il pianeta del Piccolo Principe!

Il deserto incanta, aiuta a purificarsi e a tornare nuovi.

Un grazie speciale a Faysal viaggi per questa incredibile esperienza, per questa tappa di un viaggio che mi ha aperto il cuore verso nuove bellezze del creato.

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