IN RICORDO DI AMOS OZ

C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Ieri un gigante della letteratura mondiale di ha lasciati e il vuoto che ne segue sarà incolmabile.

Ho cominciato a leggere Amos Oz prima di scoprire Israele nei miei viaggi.

Nei suoi libri ho imparato a conoscere la sua terra e ad amarla, sentirla da dentro: come altri scrittori, Oz era un po’ il termometro di Israele, la amava non lesinandole critiche quando occorrevano.

Soprattutto la conosceva in maniera intima e ha permesso anche a me –come a molti altri- di arrivarne al cuore senza ideologismi o pensieri artefatti. L’ha narrata tramite le storie di persone ordinarie e attraverso la sua storia privata che in Una storia d’amore e di tenebra emerge in tutto il suo dolore e la sua forza: non è da tutti sapersi raccontare in maniera così scorrevole e commovente.

Israele è commentata e inflazionata come argomento: spesso sento parlarne da parte di chi lì non vi ha  mai messo piede.

Amos Oz nella sua terra ha camminato per 79 anni, vivendo la realtà del kibbutz e solcando le strade del deserto di Arad ogni mattina in compagnia dei suoi personaggi.

Ci ha lasciato un patrimonio d’incredibile valore che ne fa uno dei capisaldi della letteratura contemporanea israeliana e mondiale; come per Philip Roth, anche per lui il Nobel non è arrivato e di questo l’Accademia di Stoccolma ne dovrà rendere conto alla Storia.

Nobel o meno, sicuramente il suo lavoro vivrà oltre il tempo; chissà per quanti posteri sarò un amico con cui camminare nella quotidianità.

Per me Oz è stato questo: un amico che mi ha accompagnata nella crescita, prima come lettrice e poi come scrittrice. I suoi testi mi hanno lasciato un segno profondo e mi hanno arricchita.

Contro il fanatismo -a cui tempo fa ho dedicato un articolo in questo blog- è un libro che rileggo ogni anno e che mi ha forgiata nel pensiero, nella riflessione, nell’ironia; l’identità di una persona è data anche dai libri con cui si forma e, per quanto mi riguarda, Giuda, La scatola nera, Una storia d’amore e di tenebra sono parte integrante della mia identità, del mio modo di sentire ebraico che si è sviluppato nel tempo pur non essendo parte delle mie origini.

Potrei scrivere un saggio su di lui e su Israele, ma ora desidero solo rendergli omaggio con questo breve articolo.

Nel ricordarlo non posso non esprime cordoglio per questa perdita improvvisa e inaspettata: né io né molte altre persone sapevamo della sua malattia.

Come però mi ha ricordato un caro amico, è meglio vivere il dolore per la perdita di grandi uomini e amici che non averli mai conosciuti.

Di lui mi restano le sue parole mai scontate, i suoi libri alcuni dei quali amati e riletti più volte, altri meno in sintonia coi miei gusti ma pur sempre punti di riferimento verso cui guardare.

Raccontare storie, questo è il messaggio di Amos Oz che porto con me.

Narrare mondi e saper distinguere un intervento politico da uno letterario.

Oz ci ha regalato numerose riflessioni che sono fondamentali non solo per Israele, ma per il mondo intero.

Le sue parole varcano i confini geografici e temporali.

Ciò che possiamo fare oggi, oltre ad unirci al dolore di coloro che lo hanno conosciuto e amato, è non dimenticare la sua opera, riconoscerne il valore.

Leit, Amos, arrivederci, Amos, e grazie per avermi fatta diventare un’adulta: la donna che sono oggi è in parte educata dal tuo pensiero, dal tuo Contro il fanatismo, un libro che terrò stretto al cuore assieme agli altri che ho avuto l’onore di leggere.

Baruch Dayan HaEmet.

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