CULTURA BIBLICA, UN MUST

Viviamo in una società laica e questo è un bene: in una società teocratica rischieremmo una limitazione della nostra libertà intellettuale e umana.

La nostra società ha però confuso l’essere laico con la sponsorizzazione dell’ignoranza biblica, un limite evidente in televisione e sui social network  che ci sta gradualmente portando all’analfabetismo di ritorno di cui parla Camilleri.

La fede è il rapporto tra l’essere umano e D-o e riguarda la nostra sfera privata: nessuno può sondare il cuore umano.

Diversa cosa è la cultura biblica, elemento che riguarda tutti noi, atei e agnostici inclusi, perché ha a che fare con l’aspetto culturale e non con le nostre singole scelte.

Piaccia o meno, il cosiddetto mondo occidentale è intriso di cultura biblica: la storia, l’arte, la letteratura, la filosofia e l’architettura di molte città non possono prescindere dall’influenza della Bibbia.

Senza una conoscenza del testo biblico difficilmente si comprende la storia europea: basti pensare alle guerra fatte in nome della religione, ai cambiamenti politici apportati dalla Riforma Luterana e dalla Controriforma, alle lotte tra il papato sul suolo italiano.

Se leggiamo Dante, tempo due o tre terzine, ci perdiamo nella selva oscura dei suoi contenuti prima ancora che quella della sua lingua; stessa cosa vale per altri importanti autori quali Dostoevskij, Flannery O Connor, Baudleire, Alfieri solo per citare qualche nome.

Per capire le opere del Caravaggio o di Michelangelo –così come quasi tutta l’arte di cui la Chiesa per secoli è stata committente principale- occorre aver letto il testo biblico altrimenti si rimane attoniti di fronte alla Cena di Emmaus del Merisi e incapaci di osservare la tela con occhi consapevoli.

La nostra attuale società altro non è che la risultante dell’evoluzione del pensiero di un passato in buona parte forgiato dal testo biblico.

Dunque la Bibbia è l’unico testo verso cui siamo debitori?

Ovviamente no, ma è fondamentale conoscerla così come lo sono i classici greci e latini, parte integrante del nostro patrimonio culturale. Ad essi aggiungerei anche la conoscenza del Corano che ha avuto un’influenza decisiva in alcune zone della nostra amata Europa conquistate ai tempi dagli arabi (come l’Andalusia e alcune zone del Mediterraneo).

Questo breve excursus vuole solo essere un invito a riflettere sull’importanza di conoscere il testo biblico non per scelta di fede, ma per motivi culturali.

Il sistema scolastico prevede lo studio obbligatorio della letteratura, dell’arte, delle scienze, della matematica: sarebbe interessante capire perché l’ora di religione, erroneamente intesa come ora di catechismo, sia facoltativa nel nostro paese.

La cultura è un obbligo civile che una società progredita deve assicurare; la conoscenza della Bibbia è parte integrante di questa cultura.

Nessuno è obbligato a credere che D-o abbia salvato il popolo ebraico e che Gesù Cristo redimerà le nostre anime, ma siamo tenuti a sapere chi fossero san Paolo, Mosè e Giuditta.

La laicizzazione della società garantisce le pluralità espressive del cuore umano, ma non può ignorare una di esse, la Bibbia, caposaldo del nostro patrimonio culturale.

Oggi giorno invece assistiamo, più che a una laicizzazione, all’avanzata del laicismo, ovvero l’eliminazione di tutto ciò che è religioso; buttare a mare il nostro patrimonio culturale non ci renderà più liberi dall’oscurantismo temuto da molti, ma ci renderà più ignoranti e quindi più manipolabili.

Che ognuno sia libero di essere ateo, agnostico o credente nel proprio cuore, ma che tutti abbiano ben chiaro che la conoscenza della Bibbia, al pari di quella della letteratura e della matematica, è un fondamento imprescindibile per l’educazione del singolo e della collettività.

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