ATTORNO AL NOBEL E ALTRI PREMI

Siamo in periodo Nobel, sui media si comincia a parlare dei vincitori, rimbalzano nomi importanti.

Sorvolo sul fatto che quest’anno l’Accademia di Svezia non conferirà quello alla letteratura; a Stoccolma mi hanno spiegato che la commissione si è in parte dimessa per motivi legati alla scandalo delle molestie sessuali e questo non ha reso possibile il lavoro di valutazione dei potenziali candidati.

Oggi vorrei condividere qualche riflessione con voi, cari lettori, in merito ai criteri con cui vengono conferiti i premi nazionali e internazionali.

Non credo di svelare nulla di nuovo affermando che talvolta le scelte delle commissioni destano perplessità.

Tutti ricorderanno la querelle nata col conferimento a Bob Dylan del Nobel alla Letteratura.

All’epoca mi schierai coi critici di questa scelta.

La grandezza di Dylan come musicista non è in discussione. Per me non è plausibile conferire a qualcuno un premio alla letteratura quando di letteratura non si occupa.

La letteratura è infatti un corpus costituito dalla narrativa, dalla saggistica e dalla poesia; oggigiorno nessuno di questi campi prevede un accompagnamento musicale se non per qualche sporadico sperimentalismo.

Molti hanno citato i menestrelli medievali per spiegare la logica della scelta.

Nel medioevo però la musica era l’accompagnamento alle parole in un momento storico dove la letteratura era per lo più orale.

In Dylan è la musica a prevalere prima della parola.

Poniamoci una domanda: se entro in una libreria o in una biblioteca, dove trovo il corpus letterario degli scritti di Dylan? Dove i suoi saggi, i suoi romanzi, i suoi racconti, le sue poesie prive di musica?

Probabilmente alla richiesta di acquistare o noleggiare un prodotto artistico di Bob Dylan nessun addetto mi direzionerebbe nel reparto narrativa e saggistica, ma in quello musicale.

Alfred Nobel parlò di premio alla letteratura, non alle arti in generale.

O si cambia il nome al premio o ci si limita a considerare letterato chi, a buon diritto, rientra nella categoria senza pindarici sperimentalismi che, più che essere innovativi, creano confusione.

I premi letterari internazionali e nostrani nascono con l’intento di proporre il meglio al pubblico contemporaneo e alla posterità.

Spesso però le ragioni economiche, politiche ed editoriali influiscono sulla scelta finale.

Il conferimento di un premio letterario è un momento fondamentale per lo scrittore premiato –che vede riconosciuto il proprio lavoro-, ma anche per la posterità che avrà traccia della nostra epoca quando noi non ci saremo più. Non dimentichiamo inoltre il lettore contemporaneo che, affidandosi al giudizio oculato di una commissione competente, viene indirizzato nelle sue potenziali scelte.

Se però le valutazioni vengono determinate da criteri che nulla hanno a che fare col merito e con la carriera letteraria, si crea nel lettore un atteggiamento di sfiducia verso queste istituzioni.

Al di là del mio personale giudizio su Philp Roth, il fatto che a quest’ultimo non sia stato conferito il Nobel alla letteratura crea in me lettrice la sensazione che qualcosa non funzioni a livello di riconoscimento. Mi sento abbandonata a me stessa nel dover fare valutazioni letterarie. Sento di non potermi fidare fino in fondo di chi premia un Dylan e ignora un Roth.

Questo inganno al lettore si protrae anche alla posterità. Chi infatti arriverà dopo di noi, che cosa capirà della nostra epoca?

Premiare significa scegliere qualcuno che lascia un segno, ma se questo segno è confuso o, peggio ancora, non significativo del meglio, chi arriva dopo di noi difficilmente avrà la possibilità di conoscere coloro che hanno con la parola inciso sulla nostra epoca.

Per dirla con una frase di Virginia Woolf:

Ci potrebbe essere un Montaigne tra noi.

Ci potrebbero essere un Manzoni, una Austen, un Goethe che potrebbero non venire alla luce se la macchina dei premi fa emergere nomi non meritevoli di attenzione o meritevoli di considerazione per motivi che nulla hanno a che fare con la letteratura.

I premi letterari dovrebbero essere una lotta fra titani.

Se a vincere non è il meglio ma il più conveniente, la cultura intera ne risentirà e l’analfabetismo di ritorno, di cui parla Camilleri, troverà terreno ancora più fertile.

Non è facile per un lettore orientarsi nel vasto panorama dei testi proposti. In Italia il numero degli scrittori supera quello dei lettori a discapito della qualità. Sempre citando la Woolf:

Non sono forse criminali i libri che ci hanno fatto sprecare il nostro tempo e la nostra simpatia?

Come facciamo a distinguere quelli meritevoli da quelli non meritevoli in questo panorama così confuso?

Abbiamo bisogno di tornare alla vittoria della qualità in ogni ambito della vita perché solo così si rivitalizzerà la cultura e il pensiero diventerà più costruttivo con implicazioni positive in ambito politico, economico e sociale.

Abbiamo bisogno di valide guide in cui riporre fiducia, che ci indirizzino verso scelte autentiche.

Essere guida per gli altri è un onere di cui il mondo deve beneficiare.

La letteratura è una cosa seria, non un balletto di convenienze e soprattutto è una traccia per capire chi con la scrittura ha segnato il nostro tempo.

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