UNA STANZA TUTTA PER Sè di Virginia Woolf edizioni Feltrinelli

Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé, una stanza propria.

Queste le parole con cui la Woolf comincia la sua riflessione sul rapporto tra le donne e il romanzo. Chiamata a tenere alcune conferenze a Cambridge, la scrittrice inglese prende spunto da alcuni episodi di vita concreta per riflettere sul rapporto tra le donne e la scrittura nel corso dei secoli, sottolineando come il nesso con l’indipendenza economica sia imprescindibile per poter scrivere.

L’indipendenza è il filo conduttore della riflessione, non solo in senso economico, ma anche in senso spaziale; la necessità per chi scrive di avere un luogo dove potersi concentrare senza continue interruzioni date dal richiamo alle faccende domestiche o dall’arrivo di persone.

Si parla della scrittura della Austen la cui vita era circoscritta alla casa e al fatto di scrivere di nascosto nel salotto; si parla delle sorelle Bronte, delle prime scrittrici del 1900 che si sono azzardate a trattare temi di appannaggio maschile fino a poco tempo prima (filosofia, archeologia).

La Woolf, oltre a fare una carrellata storica che evidenzia come la donna sia riuscita solo tardivamente a comparire sugli scaffali del British Museum, analizza il rapporto tra l’universo maschile e quello femminile, la pretesa superiorità avanzata dal primo che per secoli ha relegato la donna a domestica a cui non concedere spazio.

La riflessione sui due universi trascende però il solo confronto tra le due condizioni e si addentra a descrivere l’importanza della compresenza dei due mondi nel processo creativo. Dice infatti la Woolf:

Forse una mente puramente maschile non può creare e lo stesso vale per una mente puramente femminile… Per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso. È fatale essere un uomo o una donna puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna-maschile o un uomo-femminile… Ci deve essere una qualche collaborazione nella mente fra la donna e l’uomo prima che possa compiersi l’atto della creazione. Ci deve esser un matrimonio dei contrari.

In Una stanza tutta per sé ci sono queste e molte altre riflessioni, snodi, spunti fondamentali che richiedono la lettura di questo testo più volte.

Scritto nel 1928, suddiviso in sei capitoli, è un compendio capace di parlare anche ai giorni nostri, un libro che non deve sfuggire a nessuno scrittore (e anche a nessun vero lettore), uomo o donna che sia.

Ancor oggi le donne soffrono, nella nostra società, di discriminazioni date da un mondo patriarcale e talvolta ipocrita che a parole le riconosce, ma coi fatti le emargina anche se meritevoli. La Woolf esorta le donne a viaggiare, oziare, a scrivere su qualunque argomento per la felicità di ogni lettore che deve poter spaziare in più mondi.

Ho incontrato tardi la Woolf.

Per incontro non intendo la mera lettura dei suoi testi che sin da giovane ho affrontato per ragioni legate alla programmazione scolastica.

Incontrare uno scrittore significa trovare nelle sue parole un dialogo con lui/lei, sentire nel profondo che ciò che scrive mi riguarda.

È così che una scrittrice diventa un’amica anche a distanza di decenni, nonostante il tempo e lo spazio siano barriere per un colloquio fisico.

È così che si arriva a chiamare per nome qualcuno le cui parole hanno segnato la nostra vita e l’hanno resa più comprensibile ai nostri occhi.

La Woolf è per me tutto questo, la chiave per comprendere la mia interiorità prima ancora di svelarla ad altri.

La bellezza della sua prosa –dal diario, ai saggi, ai romanzi ai bozzetti in cui descrive la sua splendida Londra- rende scorrevole un pensiero complesso e articolato, affascinante e capace di spingere il lettore oltre la soglia delle ordinarie riflessioni. Scava l’animo nel tempo, lo plasma, lo trasforma e lo rende più sensibile all’incontro con mondi differenti.

La Woolf era una donna segnata dal dolore fisico –erano note le sue feroci cefalee- e interiore che viene declinato nella parola, ponte per arrivare alla sua anima, mezzo con cui ancor oggi la si può conoscere.

Nel mio ultimo viaggio a Londra ad ottobre dell’anno scorso, ho girato Bloomsbury per ore prima di trovare la sua casa riadattata a hotel, per visitare Gordon Square Garden, per fare una foto di fianco al suo busto.

Girare la capitale inglese sui suoi passi letterari è stato come viaggiare con un’amica di vecchia data, qualcuno che ti capisce senza bisogno di sguardi, solo con le parole, cosa rara e preziosa in una società che punta tutto sull’immagine.

In questi giorni di calma d’agosto ho riletto questo saggio.

Rileggere un testo significa fare una scelta molto sofferta perché vuol dire sottrarre tempo a milioni di altri testi sconosciuti.

Potrei citare infiniti motivi per consigliarvi questo piccolo capolavoro, ma il tempo stringe e non c’è lo spazio fisico per elencare tutti le ragioni che vorrei addurre.

Allora non mi resta che consigliarvelo per il motivo a me più caro: perché raramente s’incontrano amiche che arrivano da un lontano passato capaci di parlare al nostro  presente in maniera lucida, affascinando con una prosa degna della più alta letteratura mondiale.

Per una donna un’amica, per un uomo una buona chiave d’ingresso nel mondo femminile.

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