IL MONDO IN UNO SCATTO: IL KOTEL DI GERUSALEMME.

Ci sono luoghi affascinanti perché profumano di Storia e traboccano di fede come il HaKotel HaMa’aravi, il Muro occidentale di Gerusalemme dove spesso mi reco.

Questo luogo non è importante solo per gli ebrei, ma per tutti coloro che vogliono conoscere la storia di una civiltà che dura da più di cinquemila anni.

Ritengo doveroso sottolineare che il Muro occidentale è erroneamente definito Muro del pianto; gli fu conferito questo soprannome perché gli ebrei si dondolano e pronunciano  una cantilena. I fedeli non stanno piangendo bensì pregando secondo la tradizione biblica che prevede il coinvolgimento di cuore, mente e corpo.

Kotel -che in ebraico significa Muro- è il nome con cui si è soliti chiamarlo; l’aggettivo occidentale (Ma’aravi) fa riferimento a ciò che resta del Tempio di Erode il Grande distrutto dall’imperatore Tito nel 70 d.C.

Quando ci si reca in Israele si dovrebbe farlo con Bibbia e atlante storico alla mano essendo una terra densa di Storia da ricondurre in buona parte agli eventi narrati nella Bibbia.

Oggi giorno è facile che le persone s’improvvisino conoscitori di questa terra complessa che richiede, a mio avviso, anche una buona dose di informazioni archeologiche per essere realmente capita.

Per questo decisi nel 2014 di recarmi a Gerusalemme per fare un corso di archeologia biblica e questa foto che oggi propongo risale proprio a quel viaggio-studio che mi ha portata in giro per i cunicoli sotterranei della città santa e per le strade e i siti archeologici di Israele e Palestina. Un viaggio illuminante che tutti coloro che si occupano di Medio Oriente in maniera professionale dovrebbero fare almeno una volta nella vita, inclusi gli esperti di geopolitica che scrivono su riviste patinate standosene seduti sulle poltrone di casa loro.

La foto è stata scattata da un punto panoramico della città, sui tetti dove spesso mi reco e dove ho ambientato parte dei miei romanzi.

I tetti della città vecchia sono terrazze dove è possibile muoversi in bici, camminare, correre e da alcuni punti godere d’incredibili vedute.

I miei lettori sanno che amo il bianco e nero molto più del colore; ho sempre ritratto Gerusalemme a colori, ma negli ultimi viaggi ho deciso di immortalarla in bianco e nero.

La cupola del Duomo della Roccia sulla sinistra risplende di più a colori data la sua tinta oro, ma credo che immortalare una città in bianco e nero sia fare un omaggio alla sua bellezza più profonda perché il colore talvolta può distrarre lo spettatore dal soggetto.

Il Kotel è qui ripreso in una giornata di caldo sole estivo.

Salta all’occhio la rampa sulla destra, una struttura costruita per permettere ai turisti di accedere alla spianata delle moschee. I fedeli mussulmani hanno accesso da altre entrate, ma per il turista è necessario accedere da questa rampa dove si viene sottoposti a severi controlli. In passato –e ancor oggi- non sono mancati provocatori che, con simboli religiosi, hanno scatenato risse.

Si potrebbero aprire discussioni infinite in merito alle reazioni dei popoli che lì abitano, se lecite o meno, se esagerate o giuste. Conosco quella terra e la vivo come se fosse casa mia e ho imparato che spesso l’attenzione all’altro –anche laddove la ragione mi sollecita a discutere- è la forma più vera di dialogo.

In una terra martoriata e contesa questa regola è spesso il vero modo per non far degenerare le situazioni.

Chi per la prima volta ammira quel luogo santo, una vera e propria sinagoga a cielo aperto, nota che la zona sulla destra è molto più ridotta rispetto a quella sulla sinistra.

È lo spazio riservato alla preghiera per le donne e molti polemizzano sulla discriminazione che il gentil sesso subisce.

Basterebbe sapere come funziona il mondo ebraico per capire come mai, nell’attuale ebraismo ortodosso, uomini e donne sono separati nei luoghi di culto e questa zona è più piccola rispetto all’altra; il matroneo –che presso il Kotel è rappresentato dalla zona destra- è più piccolo perché il culto ebraico non prevede l’obbligatorietà della preghiera sinagogale per la donna, ma solo per l’uomo.

La donna –in un mondo matri-lineare come quello ebraico- è preposta al culto in casa; è colei che educa i figli, colei senza la quale non si possono accendere le candele in Shabbat, colei che ha un ruolo centrale perché quel mondo non abbia fine.

Basterebbe sapere questo per comprendere certe scelte che, allo sguardo moderno, appaiono come discriminazione di genere.

Non mancano ovviamente proteste da parte di frange del mondo femminile ebraico che da anni avanzano richieste.

Del resto si sa, due ebrei tre opinioni.

Al di là dell’eterogeneità del mondo ebraico, una cosa rimane certa: il Kotel è un luogo dove si respira sacralità, dove le preghiere salgano al cielo anche sotto forma di biglietti da infilare tra le fessure di queste pietre secolari.

In estate, quando appoggio la testa contro una di queste pietre, ne sento il calore, la levigatezza, il contatto con la Storia e con il sacro, un luogo dove sento il respiro di D-o.

Non si danno le spalle al Kotel quando si prende commiato: per questo si vedono le donne uscire in retromarcia.

Il Kotel è uno spazio dove il brulicare dell’umanità può talvolta creare movimento, ma dove il rispetto vige sovrano.

Il sacro è un concetto che nella città santa emerge in tutta la sua forza soprattutto in Shabbat: per molti sinonimo di bigottismo da abbattere, per me ritorno alle origini, al rapporto col divino che nel chiasso ordinario di ogni giorno non sempre viene custodito nel dovuto modo.

Il brulicare dell’umanità mi rievoca una famosa poesia di Amichai:

E il mercatare, gli archi, le cupole dorate:

Gerusalemme e’ la Venezia di D-o.

Gerusalemme è veramente la Venezia di D-o perché nei suoi vicoli, testimoni di tante storie, e nella sua umanità così variegata riconosco anche la mia storia che profuma di bellezza proprio come la Venezia nostrana.

 

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