A DERRY, IN MEMORIA DELLA BLOODY SUNDAY

Il 30 gennaio 1972 era una domenica; a Derry, LondonDerry per gli inglesi, ci fu una manifestazione indetta dai cattolici per affermare i propri diritti civili. Dal bogside, il ghetto cattolico della città, cominciarono a sfilare i manifestanti in maniera pacifica.

Le tensioni in Irlanda del Nord all’epoca erano già palpabili, ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto quel giorno; il primo battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico, mandato nella regione per sedare i disordini tra repubblicani e unionisti, aprì il fuoco contro la folla colpendo ventisei persone. Rimasero al suolo tredici morti (un quattordicesimo dopo quattro mesi) e ci furono altrettanti feriti. La rabbia diventò incontenibile e questo favorì l’adesione di molti all’IRA.

 

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Raccontare un pezzo di Storia così amaro è sempre difficile; la Domenica di sangue ha avuto risonanza mediatica grazie al film Bloody Sunday (di Paul Greengrass, 2002) e alla canzone Sunday bloody Sunday degli U2.

Diversamente andò per il Bloody Friday, la risposta dell’IRA al dramma di Derry che non ebbe la stessa eco: il 21 luglio 1972 l’IRA fece esplodere a Belfast ventisei bombe che causarono nove morti e più di trecento feriti. Nessuna canzone e nessun film furono dedicati a questo episodio, uno dei tanti che segnarono i Troubles.

Guardando la Storia col senno di poi è facile dire che cosa sarebbe stato giusto fare o non fare; quando però la Storia è il contesto nel quale si vive, il vicino che si incrocia, la terra che si calpesta tutto diventa più difficile.

Studiando i Troubles in questi ultimi anni mi sono posta molte domande; a lungo mi sono occupata del conflitto israelo-palestinese e l’intricata geopolitica mediorientale mi ha abituata a non dare nulla per scontato, a leggere gli eventi da differenti punti di vista, a pormi più domande che risposte. Ho così maturato la convinzione che solo interrogandoci seriamente sull’umanità che si ha di fronte si può intuire il dramma che i popoli stanno vivendo; viceversa, se si emettono sentenze, quello che si ottiene è una semplificazione degli eventi che, se privata dei giusti interrogativi, porta a banalizzazioni pericolose.

L’anno scorso mi sono recata a Derry per leggere questa pagina di Storia nei luoghi dove si è verificata; ho girato per la città murata, per il suo bogside ricco di murales, mi sono soffermata davanti al Free Derry Corner dove al visitatore è annunciato l’ingresso nella Derry libera.

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Ho letto i nomi delle vittime incise su pietra, sono andata Museum of free Derry – all’epoca ancora situato in centro città in attesa di trasferirsi nella struttura creata nel bogside– dove mi sono riempita gli occhi di foto d’epoca; lì ho conosciuto il curatore del museo, un uomo il cui fratello era rimasto vittima dei paracadutisti britannici in quel tragico 30 gennaio. Sentire raccontare da un testimone il dramma di quel giorno è stato toccante.

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Il mio viaggio a Derry è stato un viaggio della memoria, uno dei tanti di questi ultimi anni di peregrinazioni per il mondo: per vedere, per conoscere, per sentire prima ancora di capire.

A quarantasei anni dalla strage, il bogside oggi mi sembra un luogo calmo, riqualificato, dov’è possibile abitare in condizioni dignitose; è la stessa impressione che raccolgo per le vie di West Belfast, un tempo teatro di guerra. La calma nasconde però le braci di un conflitto che potrebbe in ogni momento esplodere nuovamente.

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I miei viaggi in Irlanda mi hanno costretta a pormi molte domande; come mai fuori dai confini irlandesi la Bloody Sunday è una data impressa nella mente di molti e il Bloody Friday no? In ogni conflitto esistono politiche d’informazione, ma si tratta solo di questo? Come mai nel nostro paese c’è pochissimo materiale tradotto sui Troubles, espressione in maggioranza del punto di vista repubblicano? Sensi di colpa nostrani per aver a lungo documentato la vicenda dal solo punto di vista inglese? Tentativo di bilanciare a posteriori l’informazione? O influenze del ’68 che rivendicava la lotta repubblicana per l’autodeterminazione dei popoli? È un fatto che in Italia non ci sono traduzioni di libri che documentino il punto di vista unionista e inglese inclusi i romanzi alcuni dei quali – come Paperboy di Tom Macaulay- dovrebbero essere proposti al grande pubblico. Quando un libro è scritto bene merita di essere divulgato su ampia scala.

Talvolta mi sono sentita rispondere che i Troubles in Irlanda del Nord sono troppo recenti per pretendere un’ampia documentazione. Da conoscitrice del conflitto israelo-palestinese dissento da questa risposta. Il dramma mediorientale –ancora in corso- è fin troppo documentato e soffre di sovraesposizione mediatica; chiunque voglia leggere qualcosa in merito –saggi, articoli, romanzi, poesie- di entrambi i punti di vista –palestinese e israeliano- ha solo l’imbarazzo della scelta nella nostra lingua, a riprova del fatto che non è un problema di eventi recenti o più datati.

Eppure l’Irlanda del Nord è in Europa, geograficamente vicina a noi.

Gli interrogativi che mi pongo sono molti e tanti non hanno risposta; dubbi su come vengono documentati gli eventi storici, sui criteri con cui le informazioni sono divulgate, considerazioni sul caos di quegli anni, sul dolore di quelle persone. A Derry morirono tredici innocenti, tredici vite furono stroncate in maniera brutale e tredici famiglie furono private di un loro caro esattamente come successe alle nove vittime del Bloody Friday sette mesi più tardi.

Un pensiero va infine ai feriti che scamparono alla morte e che tuttora devono affrontare l’orrore segnato sui loro corpi e impresso nelle loro menti; spesso ci si ricorda dei morti e si tralasciano i sopravvissuti ai drammi storici, vittime dei fantasmi di un passato tirannico.

Esco a passo lento dal bogside ripercorrendo la strada fatta dai manifestanti quel giorno, mi lascio alle spalle il Free Derry Corner per dirigermi verso il fiume Foley col vento che mi sferza il viso; sul ponte l’aria gelida mi sospinge ululando con prepotenza e ricordandomi che la natura domina questa terra selvaggia di cui sento nostalgia ogni giorno.

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Rientrando in albergo intravedo un bus, in sovraimpressione scorre alternandosi la scritta Derry/LondonDerry.

Comunque la si chiami, per la mia generazione questa è la città della Bloody Sunday; aver visitato i luoghi di quel tragico evento è il mio contributo alla memoria di quella pagina di Storia nella consapevolezza che a questo dramma ne seguirono altri che non devono essere dimenticati.

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