IN VIAGGIO VERSO SANTIAGO DE COMPOSTELA

Nel mezzo del cammin di nostra vita

Parole famose, che tutti conoscono, parole letterarie che ci ricordano che la vita è un cammino, un avanzare passo dopo passo.

Sul cammino di Santiago il camminare non è solo metafora della vita, ma è un muoversi concreto giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro per raggiungere una meta, la tomba dell’apostolo Giacomo.

Ho fatto a piedi solo un breve tratto di questo famoso percorso, per essere precisi gli ultimi 130 chilometri del Cammino francese.

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La prima vista che si ha della città è dal Monte de Gozo, una collina da cui in lontananza si vedono le guglie della cattedrale e i tetti delle case.

Arrivata in centro trovo per le vie persone zoppicanti e numerose scritte che sottolineano l’importanza del camminare più che dell’affannarsi a raggiungere una destinazione.

Dopo giorni passati a mettere un piede davanti all’altro, sorge spontaneo riflettere su tanti aspetti della vita. In primis il dono della salute che, pur già riconosciuto nella mia quotidianità, durante un viaggio di questo tipo diventa ancora più prezioso; basta slogarsi una caviglia, avere vesciche grosse per dire addio a quest’esperienza che ha la sua forza in buona parte nel lavoro fisico del corpo.

Accanto a questa immediata riflessione, altre si affastellano una volta giunti nella città dell’apostolo Giacomo. Veramente ciò che conta è solo il cammino? Possono cammino e destinazione essere disgiunti? Non si cammina per arrivare comunque a una meta? E non c’è una meta a cui tendere dopo un cammino?

Personalmente posso raccontare ciò che ho sentito al momento del mio arrivo. Per me la vita non è solo muoversi da un punto a un altro né puntare a un obiettivo, ma è godermi il cammino assaporando la gioia di sapermi in movimento verso qualcosa o qualcuno. Camminare non basta, ho bisogno di sentirmi a casa quando arrivo e casa può essere un luogo, una persona, un modo di essere, un punto a cui arrivare e dal quale ripartire perché la vita è un insieme di tappe a cui giungere e da cui riprendere a camminare.

Alle volte bisogna percorrere 130 km per conoscere a fondo alcuni aspetti di se stessi.

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Santiago è una città che mi sorprende nella sua inaspettata bellezza. Dopo giorni passati nei boschi, tra strade antiche, piccoli ponti in pietra, si giunge in quest’angolo di Spagna e si varca la porta santa per porgere il saluto alla statua di san Giacomo abbracciandola come vuole la tradizione: un rito antico a cui ne seguono altri, il più affascinante dei quali è stato vedere il botafumero in azione, un enorme incensiere che viene fatto oscillare nel transetto della cattedrale a fine messa da uomini corpulenti che lo azionano con delle corde e lo fanno muovere con sicurezza e maestria. Si rimane incantati di fronte a questa cerimonia che affonda le origini in un passato in cui l’incenso serviva per le funzioni ma anche per coprire lo sgradevole odore causato da pellegrini maleodoranti in cammino da mesi.

Provo una grande emozione quando mi metto in coda per ritirare la Compostela, la pergamena con cui si attestano i chilometri fatti esponendo la Credencial del pellegrino una carta che si acquista nel punto di partenza del cammino e che, strada facendo, si fa timbrare nei diversi luoghi dove ci si ferma a riprova del passaggio in quel posto.

Vedere la porta laterale della cattedrale con la Puerta de las Platerias che si affaccia sulla piazza omonima è stato come ritornare a Gerusalemme: la facciata, con la sua porta gemina e un primo piano con finestre doppie, è strutturata esattamente come quella della chiesa del santo Sepolcro a Gerusalemme, città dove spesso risiedo.

Girando per le viuzze antiche scopro un centro universitario che è attivo durante tutto l’anno e che rende Santiago molto giovane e dinamica. L’antico -determinato da una struttura urbanistica medievale- si mescola al moderno svelando una città ricca di storia ma al passo coi tempi.

Ci si muove soprattutto a piedi; come potrebbe essere diversamente dato che è meta di pellegrini che si spostano soprattutto camminando?

La calura di agosto mi porta a cercare un po’ d’ombra nella piazza più importante della città, quella in cui c’è l’ingresso principale alla cattedrale; dal mio spicchio di ombra osservo l’umanità davanti a me, un’umanità che è l’Europa, un vecchio e affascinante continente, una rete a maglie larghe che si muove in maniera ordinata e percorre uno dei sentieri più antichi della storia cattolica con strumenti moderni. In realtà il cammino di Santiago non è più solo un percorso per devoti fedeli cattolici, ma è un’esperienza per persone diverse tra loro che s’incamminano per svariati motivi, s’incrociano e si augurano reciprocamente Buen camino!

 

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Il trionfo del cattolicesimo, della sua tradizione, qui è palese data la storia del posto; lo trovo affascinante perché rievoca la vecchia Europa, la sua storia e tutto ciò che ho studiato.

Percorrere 130 chilometri seguendo il simbolo della conchiglia e scorgendo in ogni cippo quanto ancora dista la meta mi ha cambiata, mi ha costretta a pensare come in passato gli spostamenti fossero segnati da un tempo diverso, quello del passo.

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Oggi, dopo più di un anno da questo viaggio, il mio modo di pensare e di muovermi è mutato, è segnato dal passo dei miei piedi, dal piacere di camminare nella quotidianità.

In molti mi chiedono: è proprio necessario andare fino lì per maturare certi atteggiamenti?

Non so cosa possano rispondere altre persone, ma per quanto mi riguarda il cammino di Santiago mi ha fatto scoprire la bellezza del passo; per arrivare a questa consapevolezza sono dovuta andare fin là per imparare a camminare con un sapore diverso.

 

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