LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti editore Einaudi

Mi sono sentita chiedere spesso perché le mie preferenze non vadano agli scrittori italiani contemporanei; per quanto la mia risposta sia contestabile, l’unica cosa che posso dire è che, per me, molti non scrivono bene. Non credo peraltro che ce ne siano di validi da poter essere inseriti nell’empireo della letteratura contemporanea italiana, anche se questa è una valutazione che solo il tempo potrà permetterci di fare.

Negli ultimi tempi ho dedicato molto spazio a letture italiane; le tematiche affrontate in gran parte convergono sul panorama nostrano -come se ci fosse la fobia di mettere il naso fuori casa e guardarsi l’ombelico fosse l’unica soluzione narrativa a disposizione- e rasentano il banale e il già detto. A livello sintattico sono mortificanti: uno scrittore che non conosce la grammatica non può pretendere di fare questo mestiere perché il lettore dovrebbe migliorare, non peggiorare, la propria cultura. Molti romanzi sono privi di equilibrio tra stile, contenuto, scavo psicologico e dialoghi, dimostrando una totale ignoranza in ambito di narratologia.

In questo panorama così desolante, è stata una piacevole scoperta leggere Le otto montagne di Paolo Cognetti. Il romanzo mi era stato consigliato da una cara amica che ben conosce i miei gusti e ciò che chiedo a un libro. Superando l’iniziale diffidenza causata da quanto scritto sopra, mi sono trovata coinvolta in un romanzo ben scritto dal punto di vista stilistico e commovente dal punto di vista della storia: due amici, Pietro e Bruno, si conoscono da ragazzini e diventano adulti con la complicità della montagna che qui non è solo lo sfondo delle vicende, ma è un personaggio vero e proprio.

Pietro è la voce narrante; attraverso i suoi occhi il lettore vede la montagna con i suoi cambiamenti climatici, sente il profumo dei boschi e si emoziona di fronte al suo rapporto con l’uomo. Metafora della vita ma essa stessa vita, una vita diversa da quella urbana, fatta di incontri all’aria aperta, di pelle segnata dal sole e di interiorità scavata dalla solitudine selvatica. Per me, che solo da poco ho scoperto il gusto del camminare in montagna, è stato meraviglioso percorrere coi personaggi gli alpeggi italiani e vedere con gli occhi della mente l’Himalaya che non ho mai ammirato dal vivo.

Quello di Cognetti è un romanzo che fa viaggiare per l’Italia, fuori dall’Italia e dentro il mondo di Bruno, il montanaro per eccellenza, un mondo fatto di silenzi, di contatto con gli animali, con l’erba, con l’acqua; accanto a Bruno c’è Pietro, uomo segnato dal rapporto col padre che scopre quando la fisicità col genitore viene meno.

Quella tra i due è un’amicizia forte, che ha tracce solo sui monti; la città è una fuga per Pietro che però, per ritrovare se stesso, deve tornare nei posti dove ha conosciuto Bruno.

Raccontare un’amicizia fatta di silenzi e di meraviglia di fronte al creato non è impresa facile: si rischia di scadere nel sentimentalismo privo di scavo psicologico. Cognetti invece riesce a regalarci un racconto commovente, forte, a tratti aspro come il paesaggio che descrive, mai scontato; questi due ragazzi che diventano uomini mi hanno accompagnata sui sentieri di quelle montagne e ancora avranno molto da dirmi.

Una lettura che non esito a definire poetica, mai stucchevole, che consiglio non solo a chi ama la montagna ma a tutti coloro che sono in cerca di una storia che parli di vita.

Lo stile è accattivante, procede con dolcezza facendo scivolare il lettore nelle vicende e l’autore dimostra una corretta padronanza della lingua, elemento spesso mortificato in un mondo che pretende di fare cultura vendendo prodotti da discount narrativo.

Un ottimo romanzo, una delle poche letture italiane che mi abbiano soddisfatta, emozionata e che mi dà la speranza che nel nostro paese ci sia ancora qualcuno in grado di raccontare belle storie.

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