SHAHRAZĀD, OVVERO L’ARTE DI AMMALIARE E GUARIRE CON LA PAROLA

Chi non conosce la famosa storyteller de Le mille e una notte? Quando si affronta questo incredibile testo, ci si pone come col Decameron di Boccaccio: si parte dalla cornice per capire il contesto in cui le novelle sono inserite e da lì comincia quella meravigliosa avventura che è la collezione di fiabe mediorientali più famosa della storia.

La prima volta che lessi Le mille e una notte fu durante il secondo anno delle scuole medie; la professoressa di lettere aveva creato una piccola biblioteca in classe invitandoci a prendere i libri in prestito. Ricordo ancora la copertina verde e blu, l’intenso profumo di libro usato che amo tanto e che ogni volta mi trasporta nei meandri di vecchie biblioteche, una vera esperienza dei sensi. Quello fu il mio primo contatto col Medio Oriente; all’epoca non immaginavo che da grande avrei avuto il privilegio di visitare quelle terre più volte.

Ciò che mi incantò –e che tuttora mi incanta- fu l’espediente della figlia del gran visir che, per salvarsi la vita e fermare l’ira del re tradito da una moglie infedele, usa lo stratagemma di raccontare ogni notte una favola diversa interrompendola al momento opportuno e svelandone il finale solo il giorno successivo; e così, notte dopo notte, la bella Shahrazād calma la rabbia dell’uomo estirpando l’odio dal suo cuore.

Raccontare, per Shahrazād, è un mezzo per salvarsi ogni notte e, per noi lettori, un modo per conoscere incredibili storie; per il re ascoltare i racconti è il modo per guarire da un dolore profondo che ha ferito il suo orgoglio.

Questo mi era rimasto impresso e su questo oggi vorrei riflettere.

Saper narrare è un dono che in pochi hanno e può influire sul nostro animo fino a mutarne le pieghe più interne nel bene e nel male; Shahrazād riuscì ad ammansire il re e –sempre per restare in ambito di letteratura classica- Iago avvelenò l’animo di Otello insinuandogli il dubbio che lo portò a uccidere l’amata Desdemona. Entrambi sono esempi di come l’uso della parola possa forgiare l’animo di coloro che ascoltano.

Si può quindi far innamorare qualcuno raccontando storie? Shahrazād ci insegna che questo è possibile e lo fa regalandoci storie indimenticabili, da rileggere in ogni età della vita; il lettore si può innamorare del narratore ma anche di una storia, di un personaggio, di un popolo. Amori diversi generati dal racconto

Oggi, da donna adulta, ripenso a questo testo vedendone infinte sfumature che da ragazzina non colsi; in primis il valore del tempo, un elemento caro all’arte del racconto. Shahrazād distribuisce con sapienza gli eventi, sa quando fermarsi, non ha fretta di arrivare alla parola fine non solo per scampare alla morte ma perché intuisce che l’uomo di fronte a lei ha bisogno di tempo per calmarsi; ogni notte diventa così un incontro che si protende verso il futuro, senza fretta di concludersi, ogni parola è un appiglio vero e proprio alla salvezza sia della donna che dell’uomo che, solo deponendo l’odio e tornando ad amare, viene strappato dalla morte interiore.

In definitiva che cosa ha fatto Shahrazād? Volendo usare una sola parola si può dire che ammaliò il re; lo fece per non morire (e anche su questo aspetto si potrebbe aprire una discussione infinita sul rapporto tra la vita e la parola) e lo potè fare perché era una sua abilità (le precedenti mogli erano tutte morte dopo la prima notte solo perché non avevano pensato di usare lo stesso stratagemma o perché non sarebbero comunque state capaci di affascinare il re fino a mutare il suo cuore?). Una parte di me ama pensare che lo fece perché consapevole che raccontare storie salva non solo la nostra vita ma anche quella di chi ci ascolta: il re, vinto dalla curiosità delle novelle, si è distratto dalle ferite interiori, ha lasciato il suo cuore libero di farsi addolcire ed è infine tornato ad amare, quindi a vivere.

Ogni bravo scrittore dovrebbe un po’ essere Shahrazād e far innamorare i propri lettori, sedurli; l’uomo vive della parola, nel silenzio parlante la fa maturare, la ascolta e la fa propria. Come il D-o biblico nella Genesi crea l’uomo tramite la parola divina, così lo scrittore è un creatore in miniatura che genera personaggi con le frasi, dà vita a storie e può fare della parola un farmaco per guarire dai mali. In questo ci sono d’esempio le tragedie greche che, col loro effetto catartico, permettevano agli spettatori di vivere un dramma, vederne le sue conseguenze e tornare a casa un po’ guariti dai mali della vita; su Edipo e Medea scarichiamo alcune tensioni che, se non opportunamente incanalate, porterebbero a tragiche conseguenze come purtroppo la cronaca quotidiana ci dimostra. Senza voler fare della lettura la panacea ai mali del mondo, credo che la narrazione abbia in sé il potenziale per distrarci dalle nostre preoccupazioni e per sedare i nostri dolori.

Le mille e una notte è un capolavoro che consiglio a tutti di leggere, ma è anche un magico spunto per riflettere su come il raccontare storie possa far innamorare e possa far guarire dai dolori dell’esistenza.

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